Testimonianze

 

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Alla mostra di Americo Mazzotta a Rimini si incontra l’uomo

 

Ho visitato questa settimana la mostra del pittore Americo Mazzotta “La dimensione della memoria” al Castel Sismondo a Rimini, insieme alle opere scultoree di Paola Ceccarelli, di cui parlerò prossimamente.
Ho visto la forza dei personaggi di Michelangelo, ho visto la dolcezza delle Madonne di Bellini, ho visto la poesia del quotidiano dei macchiaioli fiorentini. In quel terzo piano al Castel Sismondo entri in un “Purgatorio” dantesco dove trovi tutta l’umanità di oggi in bilico tra il suo limite e la speranza di una redenzione, tra la tenerezza dei quadri di bambini e il dolore dei morituri di Lepanto e di Auschwitz. Se alla Fiera, al Meeting, (che si svolge in questa settimana e si chiude sabato 30 agosto) c’è il crogiolo dell’umano in atto che incontra l’umano in potenza, qui l’umano esplode in tutta la sua evidenza di visione, di immagine, di forma. L’umano è la forza della pittura di Mazzotta, ma un umano attraversato da una dolcissima “luce divina”. Scriveva Segantini: “Attraverso il colore e la luce che è la vita del colore io cerco di rappresentare l’espressione e il carattere delle cose. E questo rappresenta il mistero della fattura che contiene un’armonia sinfonica di colorazione”. Penso che questa definizione di Segantini della propria pittura possa attagliarsi perfettamente anche a quella di Mazzotta: c’è nella sua opera un “mistero della fattura” che ce la impone come un’opera modernissima e contemporanea, ma nello stesso tempo proveniente dalle profondità dell’essere e della tradizione. Un’opera contemporanea per contemporanei che si sono distratti, che sono “andati via”, ma che, con uno spiraglio ancora di umanità nel cuore e nello sguardo, si sono fatti attrarre dalla misteriosa bellezza di questa suggestiva “sirena” che è il “mistero della fattura”, cioè l’inconfondibile stile, delle opere di Americo. Il poeta Alfonso Gatto è il genio – c’è sempre questa profonda parentela e simpatia fra genialità – che meglio ha colto il senso di questa “contemporaneità non contemporanea”, cioè di questa capacità di parlare al cuore dei contemporanei e commuoverli usando un linguaggio contemporaneo ma fatto, però, di un alfabeto antico, tradizionale, perenne. Egli, infatti, ha definito l’arte di Mazzotta: “L’essere fuori del tempo, col tempo addosso”; e spiega subito dopo cosa intende; infatti, egli parla di Mazzotta e delle sue “figurazioni” che “egli va liberando dalle profonde inumazioni della memoria” e le restituisce “alla vita”. Cioè, egli rende viva quella figurazione che la memoria ha inumato, cioè che il passato ha sepolto: egli la restituisce alla vita. E’ la stessa definizione che Manzoni dà alla Storia, nel famoso prologo fintamente seicentesco dei “Promessi Sposi”: restituisce alla vita i cadaveri del passato. Dare vita a ciò che è “inumato” dalla mancanza di memoria, a ciò che è morto perché passato: qui, nell’opera di Mazzotta, la Storia e la Pittura si alleano per ridare una speranza all’uomo contemporaneo, troppo distratto e, soprattutto, troppo diseducato ad avere lo sguardo limpido del bambino. Cioè insegna a noi contemporanei non ancora addormentati a guardare veramente, a riconoscere la vita in quello che ritenevamo morta figura e fa vedere quanto in realtà di morto ci sia in tanta contemporaneità che acclamiamo come trionfante.
Per quanto mi riguarda, io ho intravvisto questo “mistero della fattura” dell’opera di Americo in quattro elementi, che possono bene coincidere fondamentalmente con le quattro sezioni in cui si suddivide la mostra.
Il primo è la tragedia dell’umano contemporaneo: Mazzotta descrive, come Dante, il Purgatorio e l’Inferno di una umanità che ha, come dice Eliot, “abbandonato la Chiesa”, cioè non ha più riconosciuto come parte integrante del mondo moderno la contemporaneità di Cristo, rispondendo “no” alla famosa e agghiacciante domanda di Dostoevskij: “Può un intellettuale moderno credere ancora alla divina umanità di Cristo?”. In questo senso i cicli di Redecesio e di Auschwitz sono eloquenti.
Il secondo è la lotta dell’io “contro i propri principi”, come Ulisse con i Proci. Figlio orfano di questa paternità perduta, Mazzotta, cioè lui stesso emblema dell’uomo contemporaneo, si trova a lottare contro se stesso, dilaniato, come un moderno Petrarca, tra la nostalgia del ritorno a casa e la convinzione che la modernità ha instillato in lui, che la casa non ci sia più e che c’è solo “Deserto e Esodo” come nel pavimento di Redecesio.
Il terzo è la “luce divina” nell’umano: è l’incontro con “la carezza del nazareno” alla tragica fragilità dell’uomo che avviene nel misterioso scambio fra cielo e terra che è la incarnazione, che traspare evidente nei stupendi “Crocifissi”, nella nera “Madonna di Kawa-Sukary” e nelle “Nozze di Cana”, dove Cristo fa il miracolo dell’acqua tramutata in vino in una festa di nozze contemporanea: cosa desidera di più l’uomo di oggi se non che Qualcuno tramuti l’acqua della nostra povertà umana in vino di letizia, che a ciò che è segnato dalla morte venga dato il soffio della vita?
Il quarto è la dolcezza del quotidiano: nei volti stupendi di donne, nei giochi dei ragazzi, nei ritratti di amici, nelle scene famigliari. In tutti questi ambiti del quotidiano Mazzotta coglie una sublime scintilla di triste bellezza e di nostalgico desiderio. Tutti i personaggi sono in bilico, in una strana sospensione e attesa (come in “Tutto è attesa” del 1991), tra un qualcosa che c’è (l’amore della cui luce sono illuminati tutti i personaggi) e un qualcosa che manca o sta per mancare (come in “Alla finestra” del 1978) e, ancora, in qualcosa che sta per arrivare, come nella bellissima “Penelope” del 1981, che sembra una laica “Annunciazione”.
Grazie, Americo, perché io conosco solo Uno, che è il Signore della Storia, che sa ridare vita a qualcosa che è morto. Ma l’Arte, tramite la Bellezza, riflesso del Mistero, che riesce misteriosamente a catturare, può resuscitare ciò che è sepolto nel passato del nostro inconscio comune. E, dunque, imita Dio. Andate a vedere la mostra, aperta fino all’8 dicembre, perché è un grande dono che potete fare a voi stessi, per ringiovanire mentalmente di qualche anno. (Fonte)

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Massimo Borghesi

L’INCONTRO CON LA MEMORIA STORICA

La pittura di Americo Mazzotta

 

Nelle grandi opere di Americo Mazzotta c’è il respiro della storia. Un respiro contro l’onda, oltre l’onda che trascina l’estetica odierna. L’arte contemporanea non è più capace di epos. L’egemonia delle correnti “astratte”, di quelle espressionistiche e di quelle geometriche, ha determinato, con la loro fuga dallo spazio e dal tempo, un vuoto “narrativo” che segna la produzione artistica degli ultimi 70 anni. E’ nel secondo dopoguerra che l’Occidente, in antitesi al neoclassicismo dei passati regimi nazi-fascisti e  al realismo socialista dei Paesi dell’Est, ha optato, unilateralmente, per l’astrazione, per un’arte aniconica nemica della rappresentazione. Con ciò ha perso, però, il ponte con la storia. Un ponte mantenuto dalle nuove arti- il cinema e la fotografia in primis – nelle quali le immagini (e la musica) assumono, spesso, il valore di testimonianza storica, di documento di denuncia, di grande affresco di un’epoca. Così di fronte ad un’arte astratta che celebra la sua modernità nei salotti o nelle gallerie di Londra e di Manhattan sta l’altra arte moderna, quella del cinema e della fotografia, che prosegue il ruolo storico dell’arte, quello “iconico” legato alla memoria e al tempo. La prima, quella dominata dal primato della pittura, può, tutt’al più, convertirsi nel realismo della Pop Art, non già, però, presumere di tornare alla narrazione.  E’ la tesi di uno dei più illustri critici d’arte, Arthur C. Danto, espressa nei suoi saggi After the End of Art, del 1984, e in After the End of Art. Contemporary Art and the Pale of History del 2008. Per Danto la “fine dell’arte” è la fine di una storia dell’arte che si dispiega nella forma di una narrazione razionale.

La storia dell’arte occidentale si divide in tre  diversi periodi: tradizionale, moderna e contemporanea. L’epoca presente, che chiamo contemporanea in opposizione a quella moderna, non è retta da nessuna grande narrazione. Se pensiamo che  l’arte debba essere sorretta da ossature narrative forti, ebbene esse si sono esaurite con l’arte moderna. L’arte che dobbiamo imparare a comprendere senza l’ausilio di un métarécit è l’arte dopo la fine dell’arte, quella che riflette la nostra epoca.

Una convinzione, questa, a cui Danto è pervenuto dopo lo shock provocato in lui dall’affermarsi della Pop Art negli USA degli anni ’60. Una sorta di nuovo realismo che segnava il declino della corrente astratta. Diverso, però, da quello di Edward Hopper. La Pop Art è l’espressione di un “realismo capitalista”, l’assunzione gloriosa degli oggetti del mercato e della moda idealizzati come feticci. Siamo, con ciò, di fronte alla trasfigurazione del banale. Come scrive Danto:

La pop art in quanto tale, infine, consiste in quella che descriverei come una trasfigurazione dei simboli della cultura popolare nell’arte alta. […]. La pop art era entusiasmante, perché era trasfigurativa. C’erano tantissimi  fanatici che riservavano a Marilyn Monroe lo stesso trattamento di una stella del teatro o dell’opera. Warhol la trasfigurò in un’icona collocando il suo bel viso su un campo dorato. La pop art in quanto tale fu un traguardo strettamente americano e penso che sia stata la capacità di trasfigurarsi della sua intuizione fondamentale a renderla così sovversiva all’estero. Quello di trasfigurazione è un concetto religioso in cui si indica l’adorazione dell’ordinario, come nel Vangelo secondo Matteo, dove ricorre per la prima volta con il significato di adorare un uomo come dio

Le osservazioni di Danto consentono di comprendere le ragioni per cui  l’arte contemporanea non è più capace di epos, di métarécit. Stretta nell’antitesi tra astrazione e Pop Art, tra fuga dal mondo e glorificazione del mondo effimero, l’arte non è più capace di rapportarsi al reale, di sublimarlo. Non è né critica, che l’astrazione non è in grado di criticare alcunché, né autentica trasfigurazione. Come a dire che è senza storia.

E’ in questo contesto che va colta l’originalità della produzione artistica di Americo Mazzotta, un pittore di grande talento la cui sensibilità moderna torna a parlare il linguaggio della storia. Come scrive nella nota che accompagna l’esposizione delle  sue opere al Meeting 2014: «Cosa fa un pittore? Prima di tutto un pittore guarda e su quello che vede, con l’arte sua, dà un giudizio umano sulla realtà e il giudizio non può prescindere dalla Memoria e dalla Storia».  Il pittore non vive isolato, fuori dal mondo, né i suoi interlocutori hanno a che fare solo con le gallerie, le mostre, lo spazio “separato” dell’arte. L’arte vive nel mondo, del mondo, per il mondo.  Il suo orizzonte può essere metastorico solo in quanto è essenzialmente storico. «Così una storia, non come analisi deterministica e giustificativa, ma come sommatoria di coraggiose memorie, costituisce la base e il punto di riferimento necessari ad un’arte che ritrova lo stupore, il senso del rischio e la forza di diventare linguaggio comune nel quale riconoscersi». Questo “linguaggio comune” è, da un lato,  la meta spezzata dal linguaggio dell’astratto, aristocratico ed incomunicabile, e, dall’altro,   l’esito mistificato del linguaggio consumistico che, nella Pop Art, fa dell’arte un linguaggio commerciale, uno spot pubblicitario. Per Mazzotta «le ipotesi artistiche più in voga in questi ultimi anni si sono dimostrate essenzialmente mute, non parlano; non comunicando che se stesse non riescono a diventare “segno”».  Procedendo, programmaticamente, per opposizione, o per apologia dell’esistente – il “realismo capitalista” – l’arte non rimanda ad “altro”, perde il rapporto con l’ulteriorità, sprofonda nell’immanenza.

Si è venuta così a creare un’arte estranea, non necessaria, la cui sola qualità permessa e ricercata con volontà suicida è di essere “strana”, “mai vista”, “efficace”, “tecnica”, “razionale”, “economica”. Abbiamo così un’arte che si mostra ora donna barbuta, ora nana, ora giocoliera, ora splendida nel suo immobile estetismo; ma mai umana, mai vitale e sempre decisamente “iconoclasta”: altre volte completamente e certamente mostruosa .

Nell’itinerario artistico di Mazzotta la scoperta di un “linguaggio comune” ha coinciso con la riscoperta della storia. Non una scoperta “archeologica”, meramente erudita.

Non vedo l’arte come un recupero della memoria storicistica; ciò sarebbe in qualche modo istituzionalizzarla e razionalizzarla e si ricadrebbe in un processo mortale. La memoria non si recupera, la si incontra, la si agisce. […] . Così è accaduto che nel mio peregrinare per le periferie del mondo abbia incontrato isole di umanità, oasi e fortezze che sussistono e che insieme costituiscono la testimonianza che la memoria non si è spenta e il desiderio di bene, di bello e di buono è pur sempre vivo nei popoli. Questo mi è accaduto nella periferia milanese a Redecesio di Segrate, a Oswieçim in Polonia, a Nairobi in Kenya, in Sicilia, a Fermignano di Urbino, all’Antella di Firenze e a Rimini.

Di queste tappe la prima ricordata, quella di Redecesio di Segrate, nel 1983, ha un valore peculiare, fondante un tragitto artistico assolutamente originale. E’ lì in una parete spoglia della chiesa della Madonna del Rosario che Mazzotta stende una pittura murale di 147 mq, in monocromo e sanguigna, dedicato a “La battaglia di Lepanto”. L’evento, che segna l’inizio della devozione alla Madonna del Rosario, è raffigurato in toni altamente drammatici, in una tensione “geometrica” delle figure umane che si assiepano attorno a linee configgenti verso il centro: la croce che sovrasta l’altare. Sorge qui lo “stile” di Mazzotta, quello dei grandi affreschi a contenuto storico, in cui il realismo del disegno dispone la moltitudine dei volti e dei corpi lungo assi longitudinali e trasversali in un movimento scenico che ricorda le salite e le discese del Giudizio Universale, di quello michelangiolesco in primis. Le tonalità cromatiche, la mobilità delle scene, la moltitudine dei personaggi, tutto concorre all’ epos, al quadro drammatico che coinvolge chi guarda, lo rende partecipe di un evento che trova la sua soluzione nel crocifisso che occupa il centro della scena. Il ponte con la storia, intriso di dolore e di mistero, è trovato. Da qui parte il filo rosso che unisce tutte le grandi opere di Mazzotta. Fino al suo capolavoro, la decorazione della nuova chiesa di S. Giuseppe lavoratore ad Auschwitz, nel 1997. Qui la storia diviene cammino di redenzione attraverso il dolore. Ancora una volta, al centro, nelle vetrate absidali, sta il Golgotha, il Mysterium crucis, mentre le 14 finestre laterali rappresentano le stazioni della via crucis. Nell’abside il pittore raffigura il campo di concentramento, un corteo doloroso di ignudi che procedono silenti verso le camere a gas, rappresentazione iperrealistica degli uomini ombra, destinati alla cenere. Ancora una volta colui che guarda è coinvolto nella visione. Mazzotta non dipinge solamente un soggetto dato, lo rivive, lo rende presente. Rievocando i pensieri che hanno preceduto ed accompagnato la sua opera scrive:

Ho scelto due tonalità: la terra rossa di Pozzuoli e l’ocra calda d’Italia. Il tema che mi era suggerito era il PERDONO. Ora che ho terminato l’abside e dopo aver dipinto centonovanta figure su duecento metri quadrati di parete, solo ora, comincio a scoprire il tema che sul finire del 1993 mi era stato affidato … Ricordo di essermi posto la domanda: -che si fa?- Perché uno può solo dire questo. Là è morto tutto. Lo stesso suono della parola Auschwitz sembra ancora uccidere la parola uomo. […]. Questo luogo, Auschwitz, al centro dell’Europa è raccontato, disputato, censurato. […]. Tutto il mondo sa di questo “buco nero” che sembra inghiottire ancora oggi l’illusione di ogni speranza, di ogni bellezza,, perché ad Auschwitz sembra morta la consistenza dell’ethos europeo. Costruire questa chiesa, il porvi mano e farla bella e viva, non un monumento, ma una sede parrocchiale, è stato come accogliere un mandato a ripristinare e a riscoprire il nesso con il destino vero dell’Europa. Sicché i ricordi personali non potevano bastare, né l’impressioni, né lo scandalo che uno prova quando viene a contatto con quella realtà. Così mi sono messo a studiare. Di grande aiuto mi sono stati gli scritti di Francesco Ricci e Stanislaw Grygiel sull’Europa; la conoscenza della vita e delle opere di Massimilano Kolbe, di Edith Stein, di Primo Levi ed altri. […]. E poi le visite al campo. Quelle sempre, a vedere quei volti bellissimi; a scoprire, con stupore, le analogie con i nostri tempi. La sterilizzazione, l’eutanasia, la distruzione delle famiglie. La selezione … La commozione di fronte a quelle facce è stata il primo spunto. Guardandole pensavo a ciò che costituisce la vita di ogni uomo, la sua provenienza, gli affetti, le speranze, le amicizie, il lavoro, gli studi, i desideri che ciascuno porta con sé e costituiscono la nostra identità. Là tutto era reso informe e spariva inghiottito dai forni. Ma le facce sono restate e ti guardano. Non si finirebbe mai di contemplarle, come si fa con le persone care quando ti sono lontane.

La confessione dell’artista è qui importante. Non si può essere “astratti”, né svagati cultori della Pop Art, dopo che si è visto, in fotografia, la galleria dolorosa dei volti di Auschwitz. La memoria, la commozione, il silenzio, rendono impossibile l’abbandono della storia. Qui visi sorridenti o mesti, ignari del destino, non possono essere obliati. L’arte ha un compito al cospetto della storia: trasfigurare non già l’effimero ma ciò che è mortale.  L’arte non è redenzione ma anela alla redenzione. In essa, quando è autentica, brilla un lampo di redenzione. E’ quello che Mazzotta ha intuito, con grande sensibilità e maestria, a partire dal suo grande affresco del 1982 nella chiesa della Madonna del Rosario a Redecesio di Segrate, nei dintorni di Milano.

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Don Silvano Colombo

 

Giugno 1981. Vengo nominato Parroco di Redecesio di Segrate (cittadina dell’hinterland est milanese). Ho 40 anni. Sono il primo Parroco di questo paese, parroco fondatore. Dopo 15 anni lascio la grande Parrocchia dei S.S. Nazaro e Celso di Bresso, la parrocchia dove io e alcuni ragazzi abbiamo incontrato nel luglio del 1967 il «carisma» di don Luigi Giussani. Da lui è nato un popolo, il popolo di Comunione e Liberazione.
Da una parrocchia di «5 talenti» vengo mandato in terra di «missione». Redecesio, come quartiere, sta nascendo. Un paese senza anima, senza «centro affettivo ed effettivo». Un paese «deserto», anche in senso fisico. Unica ricchezza: le persone che vi abitano. Chiedono una chiesa e un prete.

Vengo scelto io dal grande Arcivescovo Card. C.M. Martini, che visiterà per ben 4 volte questa Comunità, consacrando nel 1995 la chiesa dedicata alla «Madonna del Rosario».
Per motivi mai approfonditi, l’edificio chiesa che si sta costruendo è «brutto», un edificio «non chiesa», una cupola appoggiata sulla terra, rivestita di catrame, circondata da un cortile fangoso. Da una Comunità ricca di tradizione e di opere, sono mandato in una terra deserta. Il profeta Osea scrive: «Io, il Signore, condurrò Israele nel deserto e nella solitudine parlerò al suo cuore…». Così è stato.
Capisco subito che da solo non posso «attraversare questo luogo deserto». Con me vengono due giovani e tre suore della Congregazione di S. Maria di Loreto.

Nel «deserto» veniamo mandati in 6: un prete, primo parroco, due giovani uomini (23 e 32 anni), tre suore. Rimarrò per 19 anni, fino al 30 giugno del 2000.  Anno Santo, anno d’inizio del terzo millennio dell’era cristiana.
Questo edificio «chiesa» deve cambiare volto.

Anche architettonicamente deve diventare l’edificio dove «il popolo di Dio che abita in questo quartiere si incontra  con  il Cristo morto e risorto».

È la prima e immediata decisione che prendo! La Madonna del Rosario si incarica Lei di «riedificare» questa chiesa.
Racconto velocemente l’inizio e i successivi passaggi.
Fine dicembre 1982. Tra Natale e Capodanno  organizzo una «vacanzina» di 3 giorni a Oropa, località nella  provincia di Biella dove esiste un Santuario Mariano importante: dal quarto secolo dopo d.C. vi è venerata una statua «nera» di Maria.

Siamo un centinaio di persone, prevalentemente ragazzi. Con noi c’è Americo Mazzotta, di vocazione «pittore», che sta attraversando un periodo faticoso della sua vita. Questo incontro si rivela provvidenziale per la nostra Comunità e per la nostra chiesa.
Dopo la tre giorni di Oropa, prima di ripartire per Firenze, dove Americo abita, viene a visitare la nostra chiesa.

Trascrivo il colloquio che è l’inizio della «nuova vocazione» di Americo: da pittore d’arte profana a pittore e creatore di arte sacra.

Siamo in fondo alla chiesa e guardiamo l’altare. Dietro c’è una grande parete nuda. Dico ad Americo:

«Ci starebbe bene un affresco».

«A chi è dedicata la chiesa?»

«Alla Madonna del Rosario», è la mia risposta.

Silenzio.

«Dove nasce la devozione alla Madonna del Rosario?», mi domanda.

«A Lepanto» rispondo di colpo.

Silenzio.

Americo pone lo sguardo sulla grande parete nuda, dietro l’altare, provvisorio, di legno.

«L’ho visto. Te lo faccio io».

Da questa «visione» della «sanguigna» che rappresenta la battaglia di Lepanto, secondo Americo, inizia la sua chiamata di pittore di arte sacra.
Dopo il dipinto, che inaugureremo nella festa patronale dell’ottobre 1983, seguirà il progetto e la realizzazione del grande pavimento in mosaico, rappresentante l’Esodo del popolo d’Israele: il deserto con la sua sfumatura di colori, i sassolini bianchi, che rappresentano la mamma, le quaglie, il movimento delle pecore che vanno e vengono dall’abbeverarsi al ruscello d’acqua viva che le disseta e che termina in un pozzo, luogo dove si mette il sacerdote per la distribuzione dell’Eucaristia.

Quest’opera grandiosa viene inaugurata nel 1985. L’Ufficio d’Arte Sacra della Curia di Milano incomincia a seguire con interesse il «pittore» Americo.

Nel 1993 si realizza il progetto del Fonte Battesimale e delle acquasantiere, fino al 1995, quando verrà realizzato il grande altare di marmo, l’ambone e il tabernacolo.
Tutte queste opere, costosissime, si realizzano e si pagano come un «Avvenimento»  miracoloso: è la Madonna del Rosario che si prende cura di un «edificio informe» e lo «converte, trasforma» in una chiesa dove il popolo cristiano di Redecesio si ritrova per «alimentare la sua identità di popolo di Dio».

Nel contempo anche l’esterno, con il lavoro dell’architetto costruttore, viene ridefinito. La cupola viene rivestita in rame, il camino della caldaia viene trasformato in torre portante la croce e il terreno fangoso diventa un grande cortile che favorisce il percorso educativo di questo popolo.

Dal 2000 ad oggi, altre opere si sono susseguite.

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Alfredo Truttero

 

Ti rispondo brutalmente e non come vorrei poichè non sono più sicuro delle mie forze. Ci sono giorni tonici in cui posso fare affidamento ai miei programmi ma altri in cui non riesco a fare poco e niente occupato a contenere gli effetti collaterali della cura.

per cui è meglio risponda subito.

Mi sembrava di ravvisare nel segno tuo e della Paola una similitudine nel fatto che esso è preciso (aderisce alla forma) ma è, in un certo senso “liquido”, non chiuso. Cioè non è un segno che definisce ma che apre ad una concezione vitale del reale non fermo e inchiavardato nell’istante bloccato della fotografia (ad esempio) ma mobile e guizzante come un flusso che passa, che è sì un adesso ma che presuppone un prima ed un dopo.

la tua stessa preparazione liscia ti permette questa libertà di gesto che si nota soprattutto quando si percorre lo spazio allontanandosi ed avvicinandosi all’opera. E’ come vedere una cosa viva che lavora ancora davanti ai tuoi occhi.

Così la materia della Paola: che sembra sorgere dal caos della pasta e del fango primitivo per configurarsi per un istante in una forma che si percepisce amata ed accarezzata.

Quando facevo il pendolare portavo con me il blocco schizzi e facevo i ritratti dei miei compagni di scompartimento: il treno rollava, il soggetto non stava mai fermo. Il risultato era che da un groviglio di segni da cui tuttavia veniva fuori un ritratto impreciso ma vivo ed interessante. Soprattutto non finito. per cui bisognava farne un’altro… e così via.

L’altra cosa che mi sembra di ricordare è che osservavo come voi due abbiate realmente collaborato a fare delle opere comuni. Non appiccicando due competenze differenti ma proprio intrecciando il vostro lavoro per costruire una trama unica. E questo non in modo pacifico o concordato ma in modo drammatico, come in un vero rapporto di collaborazione.

Questo (allora non l’ho detto ma adesso mi sembra più chiaro) è alla base del concetto di stile, cioè di un approccio tecnico ed ideale identico pur nel rispetto della personalità particolare. Questa è una cosa nuova, una vera novità in un panorama contemporaneo in cui si enfatizza il “genio” personale che però rimane un divo isolato ed enigmatico che impone il suo modo di vedere e lo riproduce all’infinito. Tuttavia non lo metterei in contrapposizione al Sistema dell’arte ma lo considererei un apporto nuovo ed originale foriero di sviluppi interessanti.

Adesso non ricordo altro, e devo fare una pausa. Se mi viene in mente altro te lo scrivo.

un abbraccio, Alfredo.

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