Curriculum

Nasce a Collecchio in Provincia di Parma nel 1941; a questa cittadina e alla sua gente porterà sempre un affetto e una reverenza filiali trasmessogli dalla madre Vittoria, dalla zia Anna e dalla nonna Carla Romanini.

Fa le scuole elementari e medie a Pesaro e poi viene iscritto al liceo scientifico, perché il padre Vincenzo lo vuole ingegnere. Non è un buon studente, ma ha la fortuna di incontrare i professori Mariotti (disegno), Antonio Brancati (italiano e latino), Giaffrè (storia e filosofia, che gli comprerà un quadro) e Spinaci (disegno e storia dell’arte) che lo influenzeranno positivamente.

Nel 1960 vince per il suo liceo con un disegno titolato ‘’fucilazione dei fratelli Bandiera”, il premio indetto dal Ministero della Pubblica Istruzione per il centenario dell’Unità d’Italia. è ospitato a Roma per una settimana in rappresentanza del suo Istituto. Al ritorno gli si impedisce di fare le ultime prove del terzo trimestre e viene rimandato a ottobre in quattro materie. Questo gli causa una forte depressione e crisi di tachicardia parossistica persistenti per più giorni, ed è solo per l’aiuto del nonno paterno (Preside di scuola Agraria) che riesce a dare gli esami di riparazione a Pescara, in altro istituto, dove poi darà l’ esame di stato.

Sempre per la mediazione del nonno non entra in accademia militare, ma nemmeno alla accademia di Belle Arti come avrebbe desiderato, bensì ad architettura a Firenze. Gli anni Pesaresi se erano stati duri sotto il profilo scolastico, erano stati per altro fruttuosi sotto il profilo artistico grazie a una buona tradizione che si incarnava intorno ai nomi di Baratti, scultore e ceramista, Gallucci, pittore e direttore della locale e reputatissima scuola d’arte, Nino Caffè , Wuildi ed atri più giovani, quasi coetanei, come il pittore e ceramista Bertini.

La sua prima mostra è del 1962 alla Piccola Galleria Comunale, presentato da Vasili Bertoloni Meli preside dell’Istituto Magistrale pesarese, poi parte per l’università ottenendo buoni risultati nelle materie artistiche e pessimi in quelle scientifiche.

Nel 1965 espone alla Galleria Vigna Nuova di Firenze, grazie all’appoggio del suo professore di architettura Leonardo Savioli e dopo aver sostenuto un esame con Leonardo Ricci con una tesi su Le Corbousier, ottenendo la massima valutazione con lode.

Torna a Pesaro nel novembre 1966 a causa dell’alluvione di Firenze e lavora con il padre a una ristrutturazione di un negozio di parrucchiera e all’arredo del ristorante Lo Scudiero, ricavato nelle cantine del palazzo Baldassini, dove esegue una pittura a muro usando pigmenti acrilici.

Nel 1968 torna a Firenze, e proprio scendendo dal treno incontra un suo compagno di liceo e di facoltà, Michelangelo Caponetto che gli annuncia:

– è scoppiata la libertà!

Partecipa attivamente al tentativo di rinnovamento dell’università con amici greci ed iraniani che lo stimano e lo aiutano in parecchie occasioni. Lo scrittore calabrese Saverio Strati lo incoraggia nella decisione di dedicarsi alla pittura che si concretizza con l’ingaggio di una piccola galleria, la Mentana di Firenze, per via di una conoscente comune, il barman Paolo Baldini.

Negli anni ‘68, ‘69, ‘70 espone stabilmente in questa Galleria.

Nel 1971- ‘72 è presentato da Alfonso Gatto nella stessa galleria fiorentina ed alla Metastasio di Prato. Dello stesso anno sono le mostre a Terni e alla Sala Bleu di Selva di Fasano a Brindisi.

Nel 1973 espone alla galleria Il Castello di Carpi Presentato da Dante Gimpieri e alla Delux di Milano.

Nel 1975 alla bottega d’arte La Loggia di Pistoia, presentato da Elvio Natali e a Rimini alla galleria Giulio Cesare.

Nel 1976 alla Mentana di Firenze espone la prima serie di 40 sanguigne e nello stesso anno è al Traghetto di Venezia presentato da Toni Toniato.

Esegue la Via Crucis per la cappella dell’Istituto Madri Pie di Ovada a La Spezia e nel ‘77 tiene una personale alla galleria Riviera di Sanremo.

Per dissapori e incomprensioni con la conduzione della Mentana decide di organizzare in proprio l’esposizione delle sue opere e vi riesce prima alla Sala Laurana nel Palazzo Ducale di Pesaro, poi nel ‘78 a Parma alla galleria Sant’Andrea, sede espositiva legata all’UCAI.

Il Centro Pompdou di Parigi registra la documentazione di alcune sue opere. Aristide Barilli consiglia il ritorno di Mazzotta alla galleria Sant’Andrea nell’aprile del 1980, a seguito dalla esposizione di una settantina di lavori, fra oli e disegni, agli Amici dell’Arte di Piacenza, nei locali adiacenti la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi, che al termine dell’esposizione acquista e inserisce nella collezione una sua opera che si può definire profetica per l’esistenza del pittore.

Nel 1981 ha un incidente, alla guida di un vecchio motorino casca in un canale che si infossa a fianco della sede stradale, impennando il motorino, riesce ad evitare la grata di ferro e il trave di cemento che la sostiene, ma è catapultato violentemente di faccia sulla sede stradale. Si sveglierà all’Ospedale di S. Maria Nuova mentre gli stanno ricucendo le ferite al volto.

L’ episodio, in se banale, si ripercuote sulla sua vita ponendogli dolorosi interrogativi e riflessioni. Torna dall’ospedale con dei disegni appena abbozzati su Ulisse che uccide i Proci. è l’inizio di un lavoro che si svolgerà nell’arco di nove mesi, fino al 1982; 14 tavole a sanguigna su carta gessata di cm 70×70 come attualizzazione del mito classico di Ulisse; recensita da Elvio Natali, l’opera sarà pubblicata sei anni dopo nel 1987, in occasione di una esposizione di altre opere nel catalogo della mostra, edito a cura della Galleria Spagnoli di Firenze.

Esegue l’autoritratto ‘’Nel mezzo del cammin’’ a conclusione di un periodo di formazione durato diciannove anni, che si specchia perfettamente nelle parole del poeta Alfonso Gatto scritte dieci anni prima:

Una memoria dei gesti dell’arte, e non so che araldica fossile, archeologica, da reperto ancora inumato, si rivela dalle tele di questo strano e freddissimo pittore, la cui eloquenza sembra contraddire il riserbo, almeno quanto la forma dell’immagine umana tende a aprirsi dai suoi precostituiti stilemi e tentare nella figurazione il racconto e il simbolo.

Non è dubbio che Mazzotta lavori a salvarsi e a costituirsi nell’ambito della letteratura, oltre che della pittura pura e semplice:

cioè, proprio a questa pittura, vuol dare una carica di significazione che va oltre l’esperienza sensibile e colta del segno e del colore.

 E il suo assumere antiche nostalgie di luminosità edeniche, appassionati contro luce e contrasti di antiche usure del tempo, scorze d’alberi ancestrali che ramificano dai cretti della materia, vuol proprio essere una sofisticata scrittura che gli permetta, tra oleografia e surrealismo, di ottenere una reviviscenza di classicità e una architettura del gesto.

Questa “architettura del gesto” credo sia per Mazzotta quale punto di partenza memoriale e quale punto d’ arrivo del suo particolare manierismo la costante di una ricerca che gli ottiene il “gradevole” dell’immagine, insidiandoglielo tuttavia con la conturbata agrezza che nei paesaggi ha modo di consistere e di valere poeticamente.

Si possono avere così le prove di quanto Mazzotta ambisca a costruire con armi patetiche, a volte di arrendevole dolcezza, una fantomatica allucinazione, emulsionate atmosfere da racconto: e quanto egli si industri a logorare e a sensibilizzare patine di costrutte figure che rapiscono antichi stupori, rattenute meraviglie dell’allegoria pittorica.

Egli porta le figure al rischio della presenza e della autorità visiva: e si pensa come possa aver guardato o debba guardare per esempio al grande Guidi de” La donna dalle uova” o, più generalmente, alla metafisica neoclassica di un De Chirico.

Sono puri riferimenti di cultura che servono tuttavia anche a presagire sviluppi per l’opera di un pittore al limite della sua eloquenza e del suo gesto.

L’essere fuori del tempo, col tempo addosso, è per Mazzotta singolare prestigio a che egli sia oltre il gusto,a chiedere più impegnati contrasti e più duri costrutti per le proprie figurazioni, quali egli va liberando dalle profonde inumazioni della memoria, per restituirle alla vita.

(Alfonso Gatto)

Il Natale del 1982 Mazzotta è invitato in modo del tutto inatteso e fortuito da don Silvano Colombo preposto di una nuova parrocchia a Redecesio, frazione nel comune di Segrate, nella periferia sud del milanese. L’invito permette all’artista di incontrare un popolo, se pur piccolo, e il suo desiderio di avere una chiesa “bella”.

La sistemazione della nuova chiesa di S. Maria del Rosario, nient’altro che un capannone della Bini- Schell a pianta circolare con un diametro di 36 metri, si avvale di due opere decisive che ne costituiscono la particolare identità: la prima è una pittura murale di 140 mq. che narra la battaglia di Lepanto come analogia della vita, la seconda è la pavimentazione di 600mq.

realizzato in  seminato alla veneziana  dai Nardo di Gorgo al Monticano (Treviso) in unica gettata, che racconta del “Deserto” e  del ”Esodo”.

Le due opere sono state l’inizio di un avventura, passata attraverso la conoscenza  di tanti uomini che hanno a cuore l’ amicizia per l’Altro: Anna Monti restauratrice, Massimo Camisasca sacerdote,  fondatore della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e ora Vescovo della diocesi  di Reggio Emilia e Guastalla,  Andrej  Tarkovskij  regista cinematografico e poi gli architetti  Bruno Bartolucci, Francesco Baldi, Calogero Zuppardo, Angelo Molfetta, Luigi Cioppi, Maurizio Bellucci, gli scultori Gaetano Brugnano, Elena Ortica, Paola Ceccarelli, coi quali stabilisce nel tempo e in varie circostanze una stretta collaborazione.

Da quel 1983 Mazzotta ha dipinto e collaborato alla edificazione di 36 chiese e cappelle  in Italia, in Polonia e in Kenya.

In Polonia  a Oswieçim (Auscwitz)  in sei mesi dipingerà nella chiesa di S.Giuseppe  lavoratore la storia di una Europa che passa al terzo millenio attraverso il sacrificio di due guerre “civili”e il martirio dei campi di concentramento nazisti e dell’occupazione sovietica.

In Kenya a Nairobi progetterà il pavimento della chiesa di S. Giuseppe e la statua di Maria ;  realizzerà il pavimento di 800 mq. e una cinquantina di figure con maestranze locali in seminato alla veneziana, con l’appoggio tecnico della ditta Nardo che dona il materiale; l’intera opera sarà realizzata in trenta giorni, con 12 posatori e ha per titolo “l’Eden”; riprende l’uso di stuoie decorate all’interno delle capanne dei pastori kenioti.- Segue poi la scultura della statua della Vergine che verrà realizzata dallo scultore di origine ugandese e residente a Nairobi, Leonard Kateete.

Parteciperà per tre anni dal 1988 come pittore e decoratore al Meeting dell’Amicizia fra i Popoli di Rimini, conosce nell’occasione l’architetto Francesco Baldi.

Alcuni studenti di architettura a Firenze lo inviteranno a tenere delle lezioni sulle opere di Masaccio e del Beato Angelico e al Museo degli Uffizi negli anni ’91, ’92  ’93, di cui si ricorda una memorabile lezione sempre agli Uffizi tenuta con  Massimo Camisasca in cui un giovane uditore, per ringraziare, improvviserà un concerto col suo violino in piazza della Signoria, sotto la loggia dei Lanzi.-

Nel 1993 aderisce come socio fondatore all’associazione il Baglio, creata dall’iniziativa dell’architetto Calogero Zuppardo di Palermo per attivare rapporti e conoscenze reciproche fra artigiani, artisti e architetti.- A questo scopo  partecipa ai corsi di Arte e Iconografia Cristiana come responsabile del laboratorio di disegno e di pittura organizzati dal Baglio che si tengono a Cefalù nel 1994/95 e nel ’96 all’abbazia benedettina di S. Martino delle Scale (PA). I corsi continueranno poi nel 1998/99 a Roma, nel seminario della  Fraternità Sacerdotale di S. Carlo Borromeo, sotto la guida attenta quanto discreta di Mons. Massimo Camisasca e nel 2000/01 a Vienna dove conosce il cardinale Christopher Schonborn arcivescovo di Vienna.- Seguiranno poi, negli anni successivi, i corsi a Venezia con una lezione, nel secondo anno, del Patriarca Mons. Angelo Scola e a Casa Mari nella abbazia Benedettina, dove conosce il cardinale Mauro Piacenza e suor Maria Gloria Riva; infine a Loreto dove nel 2007 si tiene una Mostra Internazionale di arte contemporanea dal titolo Crucis Mysterium, che accoglie tutti gli amici che il  Baglio ha incontrato.

Nel 2002 ha conosciuto a Venezia membri della associazione il DiSegno di Padova: Giulio Zennaro professore di storia e filosofia, Cleofe Ferrari stilsta ed  Alfredo Truttero professore di discipline plastiche al liceo artistico padovano, che si è inventato un metodo per imparare a disegnare a partire da riflessioni su S. Bonaventura e non solo.- Appoggia  questa esperienza partecipando di persona ai corsi, invitando a seguirli molti artisti , architetti e artigiani del Baglio.

Nel 2007 viene invitato da S.E. Mons. Mauro Piacenza e da S.E. Mons. Carlo Chenis a tenere il laboratorio di progettazione iconografica al Master di Architettura , Arti Sacre e Liturgia  presso l’Università Regina  Apostolorum di Roma, che terrà fino al 2013.

Nel 2014 espone oli,disegni e studi dal 1972 al 2005 con la scultrice Ceccarelli a Castel Sismondo di Rimini nell’ambito della mostra “Di terra e di luce”.